Immaginate che dell’aria fredda entri dalla porta della Bora triestina, che attraversi tutto il Catino Padano e vada a sbattere contro le dorsali settentrionali del nostro Appennino…
Immaginate che quell’aria, trovando innanzi a sé un ostacolo orografico sia costretta a risalire lungo quei versanti…
Immaginate che risalendo verso l’alto e trovando necessariamente una pressione minore tenda ulteriormente a raffreddarsi e dunque a raggiungere piuttosto velocemente il punto di condensazione…
Ora dovete immaginare che proprio in quel momento, dal punto di condensazione in su il vapore acqueo contenuto in quell’aria inizi il suo passaggio di stato, da quello gassoso (invisibile) a quello liquido (visibile)…
Immaginate che quello è il punto in cui si forma la base delle nuvole addossate ai versanti padani del nostro Appennino…
Nubi che non sono formate da vapore acqueo allo stato gassoso ma da micro goccioline d’acqua talmente piccole che non solo restano in sospensione, ma vengono trasportate verso l’alto da quello stesso flusso che risale il versante…
Ora dovete immaginare che quelle micro goccioline di cui sono formate le nubi, anche se a temperature negative di qualche grado, come accaduto nei giorni scorsi, riescano a non solidificare grazie alla loro tensione superficiale…
Oddio, tensione de che?
Le molecole d’acqua dello strato più superficiale a contatto con l’aria sono attratte dalle molecole sottostanti e tale condizione crea una tensione visibile perché l’acqua sembra ricoperta da una sottile pellicola elastica: questo fenomeno è chiamato “tensione superficiale”…
Come quando cadono minuscole goccioline d’acqua sopra un tavolo e restano nella loro dimensione tondeggiante e non si spantegano sul tavolo…
Ecco, dovete immaginare che le micro goccioline d’acqua che formano una nube sono talmente piccole e le loro molecole talmente coese fra di loro che nonostante la temperatura esterna sia di qualche grado sotto zero resistono alla tentazione fisica di cristallizzare e passare dallo stato liquido a quello solido…
E quindi come si forma la galaverna?
Semplice, quasi semplicerrimo…
Il vento trasporta queste nubi le cui micro goccioline sono in condizione di sopraffusione (liquide ma con temperatura negativa) sino a quando non sbattono contro qualcosa che rompa quella tensione superficiale…
Un ramo, una foglia, un tronco, una ringhiera, un ostacolo qualsiasi…
Ecco, ora dovete immaginare che non appena la tensione superficiale di ogni singola micro gocciolina si rompe, la temperatura dell’aria negativa comincia a fare il suo dovere istantaneamente e la trasforma in un micro cristallo di ghiaccio…
E ogni singolo cristallo di ghiaccio che va a sommarsi dalla parte sopravento e non sottovento (ovviamente) crea quella specie di barba nevosa, quasi mai pericolosa perché molto friabile e leggera che disegna scenari incantati e incantevoli…
L’esempio, qui di seguito, immortalato da Carla Paganini verso il Passo Cento Croci e l’Alta Via è quasi commovente…
E che nulla c’entra con il gelicidio…
Meraviglia











